• Chiara Frizzera Zambelli

TAVOLO PER UNO

Aggiornato il: 16 lug 2020

GIORNO 15


Le sento arrivare lentamente.

Le sento crescere repentinamente.

Le sento gonfiare le palpebre come un palloncino, come quando da bambina tentavo a dargli una forma. Ci mettevo sempre un sacco. Non riuscivo mai ad arrivare ad avere sufficiente aria e, sul più bello, si ritraeva, e mi rimaneva tra le mie piccole dita una plastica sformata e raggrinzita.

Ed ora si ripete la medesima scena, ma stavolta son le mie lacrime a sgonfiarsi.

Seduta alla gelateria di fiducia, ascolto il mio migliore amico, illustrarmi il mio quadro emotivo dell'ultimo periodo con una lucidità e precisione degni di un cecchino russo.

Con la sua estrema calma e tranquillità riesce a destarmi da binari fuorvianti e rimettermi in careggiata. L'assenza di marmellata, di ordine, di attenzione fraintesa in qualcosa di più grande, profondo, atavico.

Mi aspetta un mese di attesa di un verdetto temporaneo.

Mi aspetta un mese di angoscia legata ad una delle mie peggiori paure.

Ma mi aspetta anche un mese di quotidianità, di scelte, di gesti in cui posso vivere e non sopravvivere. Non è stato scritto ancora nulla se non queste poche righe che, per la prima volta nella mia vita, provano a combattere automatismi scaramantici e pensieri magici tatuati sulla mia pelle. Quella stessa pelle che ora ho timore a palpare per la fobia di trovare mostri che non so se sarei in grado di affrontare.

Mentre sorseggio il mio solito caffè, lungo in tazza grande, la mia mente si depersonalizza per un attimo e perdo la cognizione dello spazio e della sua voce. Ne sento solo un'altra, quella della profezia che si auto avvera che mi dipinge in un quadro surrealista, pieno di simboli, di tinte scure e cresce in me quella sensazione di presagio. Brutto!

Ed eccomi di nuovo sintonizzata sulla sua voce, comprensiva ed accogliente come sempre, che sancisce la lezione più forte della mia vita: "Alla fine il tuo grande problema, se di problema vogliamo parlare è che tu non ti conosci!".

Dentro me il vuoto. Una distesa d'acqua piatta che sotto a quella apparente imperturbabilità cela tempeste e vortici emotivi.

Ed inizia un nuovo dialogo interno che mi fa assentare nuovamente dal qui ed ora e mi porta verso discorsi lunghi un'esistenza.

Ho sempre provato a capire e a conoscere gli altri ma quante volte mi sono concessa il tempo di conoscere me stessa? Quante volte mi sono data l'autorizzazione a capirmi?

Per i più potrebbe suonare come una banalità ma non per chi è cresciuto con un'alta sensibilità vissuta come handicap e pertanto non accettata, provando ogni volta a reprimerla come fa lo struzzo con la testa, ma senza successo, perché più la si affossa, più poi questa torna indietro. Effetto boomerang!

E questo è proprio uno di quei momenti. Far finta che vada tutto bene, voler mostrare solidità ed ostentare quiete quando dentro di me sta prosperando giorno dopo giorno una pianta carnivora di ansie ed inquietudini.

Sarà stata la mia predisposizione alla recitazione? Che poi, chi ci ha mai creduto alla mia capacità teatrale? Di quella esperienza rimane in me il ricordo di essermi messa in gioco a 360 gradi. Leggendo ultimamente di esperienze di corsi di improvvisazione mi è nata la curiosità di cimentarmi in questa pratica così intrinseca di novità e sconcerto. Ma subito mi assale la psicosi del giudizio, della perfezione, della totale inadeguatezza.

Quante volte mi sono sentita inadeguata? Quante volte mi hanno fatto sentire inadeguata o meglio ho permesso di farmelo presente? Troppe.

Forse ha ragione lui, non mi conosco così bene.

Forse è arrivato il momento di riconoscere umilmente la mia mancata consapevolezza.

Forse è arrivato il momento di darmi la possibilità di sedermi al tavolo con me stessa.



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