• Chiara Frizzera Zambelli

SI, CAMBIARE...

GIORNO 68


Una puntura di zanzara sul braccio destro infastidisce la mia attenzione, arrugginita da una settimana instabilmente immobile.

Sregolata. Nelle sveglie, nel cibo, negli umori.

Ho avuto la riprova di quanto sia di vitale importanza il ritorno ad una routine, alle mie abitudini salvifiche energetiche.

Ho smesso di fare yoga. Di nuovo.

Ho smesso di mangiare secondo pasti. Di nuovo.

Ho smesso di addormentarmi presto e svegliarmi all’alba.

Ho smesso di leggere.

Ho smesso di scrivere.

Ho smesso di badare a me stessa.

Le ore sono scivolate lungo un flusso di tempo da serie tv.

In attesa di un esito mi son ritrovata intrappolata in un limbo dove oggi ne vedo i bordi. Sicurezze che ho voluto perdere per lasciare spazio a nuovi spiragli.

Una settimana in cui ho atteso che fossero gli eventi a decidere o forse sono io a pensarlo ed alla fine dietro questo scenario la regista sono sempre io, con il mio facile lasciarmi andare, lasciarmi sopraffare.

Un corpo che ha mentito per salvarsi da cadute su sentieri già battuti diventati sabbie mobili. Per non sprofondare rimani ferma. E così ho fatto. Quando tutto dentro di me mi suggeriva altro. Salta, molla, taglia, decidi.

Una mail prima. Non rilevabile.

Una telefonata poi. Necessaria.

Ed eccomi qui senza nessun limite se non la mia più grande paura di essere fedele a me stessa. Alle mie sensazioni. Ai miei bisogni. Al mio valore.

Riguardo il Nodo Nord del mio tema Natale e diamine se mi ci rispecchio.

Alla fine l’unica nemica di me stessa sono io che ancora una volta non crede a sufficienza in quello che porta con sé.

L’unico mio vero limite e l’essere la versione ombra di me stessa.

Incatenata dalle sue stesse mani.

Perché ho così tanto timore di provare?

Paura di esser un impostore.

Paura di non esser abbastanza.

Paura di sbagliare, fallire.

Paura di essere invisibile.

All’ombra della mia stessa ombra.

Per mano di me stessa.

Quella stessa mano che ora sta scrivendo di nuovo, imperfetta dal suo schema autistico di una costanza quotidiana, che ancora non sa come recuperare ma che sa che solo con concentrazione e determinazione potrà ripartire.

Un passo alla volta rialzandosi dopo ogni caduta.

Mi ci sono voluti tre giorni.

Non so se sia tanto o poco.

Quello che so è che un fallimento può essere visto come un cambiamento.

Ed io ora ho bisogno di cambiare.

Aria, maglietta, menù, sveglia, agenda ed accettare questa parte di me, fallita, ombrosa, in caduta libera, perché solo amando questa parte di me intima potrò amare tutta ne stessa nella mia imperfezione umana.

Non sono una dea.

Non sono una santa.

Sono tante parti che si son rotte e che voglio riprovare a comporre in un wabi sabi identitario come l’antica arte cinese fa con i cocci tenuti assieme da oro fondente colato.

È tempo di dare forma ai miei di cocci.



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