• Chiara Frizzera Zambelli

SE QUESTO É UN DOLORE

GIORNO 25



Non riesco a restare concentrata sullo schermo ed è l’ennesimo inizio a cui provo dare forma.

Così come al malessere corporeo di oggi. Di nuovo. Questo mese sono già a quota tre. Raffreddamenti che sfociano in malesseri di gola, naso ed ossa.

Oggi che avevo programmato la prima cena sul terrazzo.

Oggi che è sabato e c’è il sole.

Oggi che avrei rivisto volti e sorrisi amici.

Al cuore non si comanda ma neppure al corpo.

Mentre le mie dita scorrono velocemente sulla tastiera sento lo scolo fare altrettanto nella mia trachea.

Se c’è una cosa che oramai ho dato per assodato è la mia attitudine psicosomatica.

Il mio corpo mi sta parlando e dicendo che devo provare qualcos’altro. Si provare, non fare!

L’ho appreso stamani sotto una coperta rubata, con al collo un foulard vintage che mi fa sembrare un hostess di una qualche compagnia straniera, a detta di lui. Comico perché sto proprio leggendo la storia del capitano Sully ed il suo atterraggio improvvisato sul fiume Hudson. Più di quarant’anni di esperienza che non gli hanno mai fatto dimenticare la domanda di prospettiva più importante “Che cosa posso imparare oggi?. La mia alta sensibilità non è solo emotiva bensì ambientale. Sbalzi di temperature portano altrettanti sbalzi immunitari con conseguenti down psicologici. Non mi è mai piaciuto star male. A chi piace? Il mio livello di dolore fisico è diverso dalle persone che mi circondano. “Sei sempre malata” quante volte me lo sono sentita dire e quante volte avrei voluto controbattere. Invano. “Sei fragile “. Anche qui stessa storia stesso male. Vivere una vita sul filo, appesa ad uno stato di salute precario, con continui acciacchi. Eppure ho ricordi di estati diverse. Di feedback differenti. “Guarda che sei forte Chiara, più di altre che conosco” risuona ora il riscontro post pesistica del mio allenatore personale inconscio dei miei precedenti anni passati tra un medico e l’altro. Alla ricerca di una cura. Alla ricerca di una scusa. Non mi ero mai sentita così sicura di me stessa come tra quelle presse, elastici e manubri, sotto lo sguardo attento di chi il mestiere lo fa per passione e dedizione. Per chi ha rispetto del corpo e dei suoi limiti.

Ripenso a quei momenti con fare nostalgico. Mi manca. Chissà quando potrò ritornarci. Continuo a seguire a distanza le evoluzioni delle altre, con un pizzico di invidia, con la speranza di sollevare kg al posto di tazze di paracetamolo.

Uscire da questa coerenza narrativa che mi è sempre stata stretta.

Sento fitte su tutto il corpo. Anche questa è alta sensibilità. Elaborazione profonda. Attenzione selettiva.

È un segnale di fermo.

Riposo. Accettazione. Dolore.

Etciú!. Il primo starnuto. Qualcosa esce. Qualcosa si muove.

Ed un banale raffreddamento può diventare un patimento. Non per scelta. Per genetica.

Uno non può scegliere il livello di dolore.

È personale, individuale, soggettivo.

Uno non può scegliere il distretto del dolore. Capita.

Uno può però scegliere cosa imparare dal dolore.

Che sia fugace o persistente imparo ad osservarlo e a poco a poco a non controllarlo.

Rispondo alla chiamata del mio soma ed inizio a cullarmi tra le sue espressioni.

La mia mente si ferma ed osserva per entrare in contatto con le gambe pesanti, le dita doloranti, la gola in fiamme.

Termino di bere la tazza e mi abbandono sui cuscini gialli senape e rinuncio a trovare una spiegazione.

Chiudo gli occhi e riposo.




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