• Chiara Frizzera Zambelli

RICORDI DI SONATE IN DIESIS E BEMOLLE

GIORNO 85 (in super ritardo)


I pollici continuano a strofinarsi sulle unghie in gel delle altre dita, in una sorta di danza compulsiva. Mi ricordano un gioco che era solita farmi fare la mia maestra di pianoforte per scaldarmi le mani prima di iniziare a suonare. Delle scale insolite, di diesis e bemolle, solo con le nocche, sinistra e destra in contemporanea, a pugni chiusi che rimbalzavano in quattro quarti. Prima in avanti poi all'indietro.

Ho sempre avuto le estremità delle arti fredde. Mia nonna mi tranquillizzava con detti di cultura popolare "mani fredde e cuore caldo" che a poco servivano prima dei saggi di fine anno.

Ho sempre odiato mostrarmi in pubblico mentre suonavo. Lo vivevo come una sorta di giudizio universale, in cui la mia intimità e vulnerabilità erano messe in mostra sotto riflettori e sguardi di estranei. A stento e fatica ho imparato a convivere con questa tensione, complice anche la mia dolce insegnante, Anna. Capelli ricci e brizzolati, occhiali grandi su un viso scarno di centottanta centimetri o forse di più. All'epoca ero così piccina che mi sembrava la versione slim e femminile del Grande Gigante Gentile. Una sensibilità che in pochi ho trovato. Mi ha guidato attraverso le note di Schubert e Bartok alla scoperta della mia alta sensibilità. Forse lei l'aveva capito fin da subito perché forse lo era lei stessa. Mi piaceva andare a prove e sedermi al suo fianco sullo sgabello nero rettangolare e veder fluire le nostre dita pallide lungo quei tasti di madreperla come fossero prolungamenti degli stessi. Le sue mani, me le ricordo ancora, con unghie corte, probabilmente mangiate per nervosismi, ma così delicate e fluttuanti da incantarmi ogni volta che pigiavano quei tasti. A volte piano, altre con forza e tenacia ed una tensione che le faceva diventare radici di alberi radicati, nella musica. La sua passione.

Mi ricordo quante audio cassette registrate con le sonate dei suoi maestri preferiti mi donava senza pretesa. Mi ricordo come accolse senza alcuna critica la mia proposta provocatoria da pre adolescente di insegnarmi a suonare un brano di una boy band, desiderosa di provare qualcosa di nuovo. Ma ciò che mi ricordo maggiormente sono di nuovo le sue mani, stavolta non accanto alle mie, ma sopra alle mie spalle, arrampicate all'altezza delle mie orecchie, mentre davanti ad un pubblico attento e silenzioso, mi accingevo a dimostrare i suoi insegnamenti. Lei in piedi, sempre dietro di me, a proteggermi ed incoraggiarmi, mentre sedevo di fronte ad un pianoforte a coda nero targato Yahamah, pronta a combattere contro quelle mie stesse forze che mi rendevano un parodosso. Una dolce fisionomia donata alla musica classica intrappolata in posture scorrette da tensioni emotive che la faceva sembrare affetta da danni neurocerebrali. L'unica cosa di cui ero affetta era un livello d'ansia così atroce che più che affetta ne ero affettata.

Ma lei in tutti quegli anni non si è mai mossa e con stupore di tutti pigiava con grazia quelle spalle così esili ed ossute verso il basso, in assenza giudizio, in assenza di gravità.

Mi guardo le mani, esili ed affusolate, ora riscaldate da questa narrazione scritta alla cieca, o forse da questo ricordo che ancora mi riscalda il cuore. Forse nonna non avevi ragione.

Possiamo avere mani e cuore caldi allo stesso tempo.



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