• Chiara Frizzera Zambelli

PER CHI SUONA L'INCANTO

GIORNO 24


Alle mie spalle le sue dita scivolano lungo corde acustiche in sentieri elettrificati.

La mia mente viaggia invece lungo distese rurali, coltivazioni di colori che danno natali a fattorie, isole in mari immensi.

Sopra di me cieli sparsi, persi.

Richiami spirituali di bisogni esistenziali.

Quiete.

La porta della camera scricchiola e vengo interrotta. Ecco i suoi occhi celesti trasformarsi in pece alla vista della custodia aperta della Mustang.

Si muove annusando l’ignoto.

Forse è quello che sto per fare anch’io?

Testare l’aria prima di assaggiarla?

Il beat risuona e riparto assieme al giro di diesis. Immagini oniriche si sovrappongono a sensazioni corporee. Mente e corpo con un unico biglietto. Mi sento più leggera, come se stessi lievitando, sospesa tra emozioni ed abbandoni.

Ma c’è qualcosa che morde dentro, viscerale che non permette una totale perdizione. Un moto costante in un continuo sali e scendi emotivo. Tra bassi e high hi-hats.

Eppure mi sento vaporare. Un paradosso.

“Non mi torna un cazzo questa canzone oggi” lo sento brontolare dietro di me. Improvvisamente sterza, come un pilota di rally alla curva dell’ultimo secondo e le corde lasciano il posto a tasti metallici che mi portano su marciapiedi notturni illuminati da grattacieli moderni.

Inquietudine.

La sento salire rapidamente come un flash over d’incendio.

Cerco una fuga da quel calore, da quel rumore o cerco una fuga dal ricordo?

Fastidio.

Ripartono le corde. Riparte il loop. Riparto io lungo scenari campestri, odori umani, ormai dimenticati, genesi di relazioni.

È un continuo viaggio, di emozioni contrastanti, di mosaici di vissuti, di strofe stonanti per tornare a ritornelli calmanti.

Forse è questo che devo accettare.

Il suono vagante della mia esistenza fatta di bassi, corde, tasti alla ricerca di un’armonia.

Alla mia sinistra un tramonto rosato mi cattura lo sguardo ed osservo quella luce tingere le montagne al mio fianco. La intravedo tra le pieghe di cotone che ci proteggono dai raggi del giorno. Ora mi regalano uno scorcio di tinte viola, un richiamo per anime spirituali.

Avverto qualcosa di magico attorno a me. Le palpebre iniziano ad esser stanche di luci da videoterminali e ricontrollano le palette fredde naturali.

In sottofondo la sua voce sperimenta versi stranieri e quelle note mi si sono tatuate addosso. Ne sono dipendente.

Solo di loro?

Una calamita per i miei intestini.

Un richiamo per la mia sete di sogni.

Un’attrazione fatale per i miei oggi che spero possano continuare ad essere domani lungo queste stesse note, queste atmosfere fantastiche di nature vive, intime, nostre.

Di nuovo mi sento avvolta da una nube di magia.

Che sia felicità orfana di riconoscimento?

O voglia di fermare il tempo per paura di perderla?

O un bisogno sito in un bilocale in affitto in cui vuole prendere residenza.

Forse tutte o forse nessuna.

Sta di fatto che L’incanto rimane ed io con lui.



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