• Chiara Frizzera Zambelli

LA GENESI DELL'ANIMA

GIORNO 11



Li guardo andarsene sulla Volkswagen grigio metallizzata, lui con gli occhiali da sole alla Ray Charles, lei con una collana di biglie di legno azzurro confezionata quando ero ancora ragazzina.

Dentro di me si stringe un vuoto e mi chiedo: "Quanti altri momenti mi resteranno ancora da condividere con loro?" Mi rispondo all'istante: "Non molti!". E delle lacrime si inseriscono a bordo palpebre pronte ad uscire non appena i pensieri si faranno più profondi.

È stato un bel pranzo. Noi quattro sul terrazzo, il sole, l'Ora del Garda, l'ottima carne salata della zona ed il pane dell'alimentari sotto casa, parente di famiglia. Dulcis in fundo la ciambella alla ricotta confezionata stamattina da mio padre, da quelle mani rugose che ci hanno portato in dono prodotti del suo orto.

Non li vedevo da due settimane e i loro capelli si sono tinti di varie tonalità di grigi chiari, quelli stessi grigi che non son riusciti a trovare per la facciata esterna della casa della mia infanzia, ora in restauro.

Ne parliamo anche a pranzo. Sul volto di mio padre la preoccupazione per l'errore della prima mano, su quella di mia madre l'indifferenza al perfezionismo. Son sempre stati cosi'. Lo yin e lo yang. Così diversi caratterialmente ma così simili di vissuti. E con gli anni mi interrogo se siano riusciti o meno a mescolarsi tra loro od abbiamo tenuto fede al loro codice identificativo.

Mi giro verso di lui e guardando il suo viso abbronzato, mi domando se arriveremo anche noi, come loro, a 40 anni di vita insieme, ancora sotto lo stesso tetto a dover pensare a quale colore scegliere per le mura di casa.

L'Ora ruba il pensiero ed è giunta l'altra ora, quella della passeggiata pomeridiana.

Li porto a vedere il belvedere di ieri, con la speranza di trovare oggi della tranquillità.

Siamo fortunati e troviamo posto su delle panchine all'ombra di un maestoso albero di magnolia.

Ci sediamo. Io in mezzo e loro due ai lati.

Mi sembra di esser tornata bambina, quando mi portavano a fare le scampagnate in montagna. Stavolta però sono io a portarli in gita.

Ammiriamo il lago, anche oggi burrascoso, che fa ballare decine di barche a vela sullo sfondo.

Il vento soffia forte verso i nostri volti senza sovrastare le nostre riflessioni sul mondo.

È sempre stato così, fin da piccina. Il cibo per noi ha sempre rappresentato un momento di confronto profondo.

Mia madre prende per prima la parola, raccontandomi di un servizio che ha visto recentemente alla televisione, su un fenomeno sociale in Giappone, i "figli rapiti". Con il suo fare da mancata sociologa, mi riporta la percentuale precisa, l'85% per l'esattezza, di figli di separati che non rivedrà mai più un genitore a prescindere che sia giapponese o no. Prosegue approfondendo: "Se il genitore con i figli riesce a nascondersi per più di tre anni dall'altro genitore senza mai esser scoperto, l'altro genitore non rivedrà mai più suoi figli. È ormai diventata una consuetudine e l'Europa lo ha segnalato come rapimento di minore.", conclude.

Rimango attonita e mi viene spontaneo provare ad immedesimarmi in uno di quei figli rapiti.

Rivelo la mia di visione, di stampo psicologico, riportando alla memorie reminiscenze del corso di Psicologia Sociale, di come sia una cultura collettiva, con comportamenti di repressione emotiva in contesti sociali ma con difficoltà emotive intime molto importanti e cito alcuni esempi: gli esperimenti degli anni '80, il "noleggio degli amici", i bar dove piangere per gli uomini d'affari.

Conclude come al solito mio padre, con la sua perla di stampo filosofico religioso, sintetizzando il cambio di accento del Rinascimento, importato dal Cristianesimo, dalla collettività all'individualità.

Lei, finta pragmatica e razionale, lui riflessivo manuale, io al centro.

Mi chiedo da dove venga la mia di percentuale, quella di persona altamente sensibile, vista la dimostrazione scientifica di una corrispondenza genetica di tale tratto, sia negli uomini che in più di altre mille specie.

Da lei? Da lui? O da entrambi.

Il vento continua a soffiare forte e ne constato la potenza. Lei, ne è infastidita, lui, invece ne è attratto. Decido di prender le parti di mia madre e ci alziamo, avviandoci alla macchina.

Li saluto. Mio padre sale alla guida e lo aiuto con i segni nella manovra in retromarcia.

Saluto mia madre, dandole il gomito, come è usanza ora, ma senza preavviso mi si getta tra le braccia in una stretta inaspettata, seguita da due baci rubati. Rimango pietrificata.

Quanto mi è mancato questo abbraccio.

Li guardo andarsene sulla Volkswagen grigio metallizzata e con loro se ne va una parte di me, ragazzina che confezionava collane di legno ascoltando musica soul.


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