• Chiara Frizzera Zambelli

LA FORMA DELL'ANSIA

GIORNO 49

Potranno mai le mie menti trovar pace non solo in instanti fugaci ma in perenni silenzi? Arriverà prima o poi un dì di rimpianti annegati in fiumi di Pinot Greis ed arachidi tostate? Voleranno via prima o poi questi sensi di colpa, vergogna misto fogna da annichilire l’aria attorno a me? In bocca il sapore del melone appena colto. Il profumo è rimasto intrappolato tra le mie narici sottili, l’unica parte simmetrica di un corpo nato storto. Vago nel ricordo del sogno appena interrotto da uno squillo dal comodino di un amico. Mi sento ancora il tepore addosso, di un bagno di sonno e strascichi di abbiocchi non ancora digeriti. Ho posato le mie gambe su delle lenzuola che sanno di fresco senza chiedermi se domani potrò farlo di nuovo. Frastornata dai beat esterni provo a coprirli con della musica ad alto volume nelle cuffie che mi disorienta. Mi alzo e mi sistemo lontano da questo gran rumore quando in realtà il rumore è dentro la mia gran cassa. Provo a respirare a suon di vento ed incassare più ossigeno che anidride carbonica. Flusso di fotosintesi clorofilliana inverso. In balia degli eventi non ci so stare e la mia nave si arena in spiagge straniere di ansie e paure. Chi vive per morire? Chi sfugge dal certo per l’incerto? Chi chi chi. Chicchirichì. Lottano i galli mentre un ragno bianco attraversa la rafia sotto le mie mani aggrappandosi ai fili intrecciati pronto ad un’esplosione imminente. La mia implosione. Ferita di guerre intestine perennemente perse da emorragie silenti. Lo sguardo è ancora troppo assopito per rendersi consapevole di un destino negato. Sarò scelta o sarò io a scegliere? Volo via con i fumi di sonno in corpo e la voglia di esser per una volta fedele al mio nome. Chiara ti vedo e spesso ti ricordo, recitava mia nonna quando ero una piccola creatura. Io non mi vedo e non mi ricordo. Mi manca l’aria. Forse è così che dovrebbe chiamarsi l’ansia.



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