• Chiara Frizzera Zambelli

CON UNA SCOSSA

GIORNO 22



L’aria fresca del post acquazzone mi solletica la pianta del piede destro, quello intatto. Il sinistro si nasconde sotto la coscia che preme contro il cerotto impermeabile. È stato complice di quadri improvvisati su tappeti e pavimenti macchiati da “sangue del mio sangue”. Il suo partner in crime, un minuscolo pezzo di vetro di un barattolo rotto accidentalmente alcuni giorni prima.

Era sfuggito alla mia ricerca, forse troppo frettolosa, di raccolta pezzi. Oreste nel frattempo si dedica ad una delle sue attività preferite, con una leccata a destra ed una a sinistra, steso come Paolina Bonaparte sul tappeto di rafia, per fortuna intatto. Una scena stile psico thriller conclude questa giornata da horror. Iniziata con una cervicale entusiasta di rispondere all’appello della mattina a cui prende parte pure l’effetto collaterale dell’antifiammatorio con un’ entrata intestinale posticipata . È assente invece il Wi-Fi sostituito da un vivace 4G che gioca a nascondino facendomi fare un continuo andirivieni nella room del corso. Passo dal divano al letto nella speranza di trovare una posizione che mi permetta di seguire. La sonnolenza aumenta e per un momento mi assento anch’io per poi risvegliarmi ad una spiegazione di strategia comunicativa. Si parla di prime impressioni, di storie, immagini. Ed è proprio sull’immagine di una fantomatica aspirante che accade il cliché: “Carina è?” Ora non è solo l’effetto collaterale. Arriva con fare prepotente il senso di ingiustizia che innesta un vortice di rabbia. Brucia. Lo sento tutto. Sul viso. Rosso. Anche se non ho uno specchio a dirmelo. Oramai so che questa è la mia reazione. L’istinto mi dice di uscire dalla room ma voglio vedere come va a finire. Una parte di me vorrebbe entrare a gamba tesa e metterli entrambi a tappeto. Vince purtroppo quella codarda e sto in silenzio. Tutto tace. Nessuno dice niente. Dentro di me ribolle un flusso che mi concentro per tenerlo vivo, per poter condividere domani con chi di dovere. E mi accorgo che questo mio sentire riprende animo anche ora che scrivo. Mi chiedo se avrei reagito così senza l’altro corso, di leadership femminile. Ma già lo so. Inorridita da questo stomachevole siparietto, a conclusione, provo ad assaggiare un grano saraceno con tempeh e zucchine saltate. Faccio fatica a mandar giù. Non solo il tempeh. Mi preparo velocemente per andare ad affrontare un altro calvario. Il fedele compagno di viaggio mi attende già sotto casa ed arriviamo in tempo per l’esame. La mascherina mi copre fino al naso mentre provo a respirare. “Stia rilassata” mentre sento bagnare la pelle in attesa della scossa. Arriva. È pungente. “Stia rilassata”. La seconda, più lunga. “Stia rilassata “. La terza, intensa. E il gel rosa si aggrappa alla carta sotto il vestito, strappandola, mentre delle lacrime bagnano la mascherina. Il tutto si ripete anche per l’altra gamba. Quella insensibile che riscopre la sensibilità tutta d’un colpo. Mi cade addosso. Ma non è ancora finita. Con la mano sicura infila sotto pelle ciò di cui ho più paura. Lo fa per quattro volte, seguito da un “Prema forte!”-“È finita la tortura, tutto ok, può andare “. Mentre mi rivesto penso alle misure drastiche del passato, vendute come aiuto, e mi viene la pelle d’oca a pensare a quelle sensazioni su volti con maschere ma senza mascherina. Lo shock. Ci prova il temporale a togliermelo di dosso, invano, non appena colgo fulmini all’orizzonte. Scosse. Rientro a casa e provo con la forza che mi rimane a sistemare ed è lì che vengo bucata.

Questa volta con scolo.

Questa volta inaspettattamente. Questa volta però c’è chi sostiene questo corpo martoriato. Questa volta c’è chi accompagna questa mente verso un riparo.

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